Massimo Palme

Massimo Palme, classe 1976, triestino come la bora, è Ingegnere dei materiali (Università di Trieste) e Dottore di ricerca in architettura sostenibile (Università Politecnica della Catalogna). Alla carriera accademica ha intrecciato quella artistica come poeta, attore e fotografo. Presidente dell’Associazione Culturale “Gli Ammutinati” dal 2000 al 2004, ha partecipato a numerosissimi readings e spettacoli con il gruppo omonimo. Trasferitosi all’estero, ha continuato a frequentare l’ambiente culturale italiano, soprattutto grazie alla pubblicazione di “Poesia del dissenso II” (Joker 2005) e “ProTesto” (Fara 2009). Il racconto “Papá Noel viaja en autocar”, scritto originalmente in spagnolo, è apparso in Messico sulla rivista sonorense “La linea del cosmonauta”. Massimo nel 2010 ha recitato nel cortometraggio di Pedro Rossi “Pequeñas grandes vidas” interpretando se stesso e discutendo la realtà socio-poetica della Spagna in crisi. Viaggiatore instancabile, dopo aver vissuto a Roma e Barcellona, adesso lavora in Cile come Professore Invitato presso la Facoltà di Architettura dell’Università Cattolica del Nord di Antofagasta. Ascolta sempre Albert Pla e Silvio Rodriguez, cerca di insegnare ai suoi studenti i segreti di luce e suono negli spazi architettonici ed è organizzatore di sessioni di cinema sovversivo nei cortili dell’Università. Si è sposato in Perù e crede nell’assurda idea dell’uguaglianza dei diritti, a presicindere dal luogo dove si è nati. Vive la tragedia italiana con distacco ma con profondità; ama infatti il suo Paese, anche se da “vagabondo delle esistenze” (quale egli stesso si definisce) dubita fortemente di ritornarci a vivere stabilmente; piuttosto ama ridiscendere di tanto in tanto, come il vento dell’est che d’improvviso compare a duecento all’ora sul Carso e se ne va a morire turbolento nel blu profondo dell’Adriatico.


Tutte le voci esplose

(assomigliando a un diario di cuore aperto e sminuzzato)

Il primo maggio è la festa del lavoro
ma intorno scorre il consumo
tutti diversi eppure tutti uguali
i giovani universitari
inneggiano agli africani e agli operai
loro certo vorrebbero essere operai
africani
o se possibile tutti e due

l’Italia riparte dal lavoro
il lavoro sacrosanto
quello di Claudia Gerini
e del suo mutuo da pagare
quello di chi a Sanremo certo c’è andato da benefattore
oppure il lavoro che nobilita
dove sai che per la tua sicurezza sta lottando Epifani
degno degnissimo
finchè una poltrona di memoria cinese non lo porti lontano
dallo strenuo impegno
umanitario

lavoratori! africani!
guardate che bella Roma senza traffico!
è certo possibile azzardare un accostamento
tra Veltroni e Mandela
non farà poi più schifo della pubblicità dei ringo boys
oppure ricordare l’inutilità della polizia
a proteggere i motorini ci sono i giusti carabinieri
lavoratori
la salvezza del sud

e allora andiamo!
lavoratori!
uomini di questo sud che sacrosantemente richiede!
venite a noi e vi verrà dato: basta una firma
per cambiare l’Italia
certo
una firma per prendere le distanze dai contestatori
da chi scarica la musica
da chi studia
che so
diritto
pretendendo anche che serva a qualcosa

lavoratori!
in piazza San Giovanni i giovani vi celebrano
mamma, papà che arrotondate in nero
guardate che bello
l’ho tutto ripreso con la mia nikon digitale
ci sono gli africani a darci le birrette

ma a due euro non gliele compro nemmeno
ci sono i santi ad osservarci
a noi così volgari
a noi così blasfemi
così atei
così indifferenti

oggi due morti sul lavoro
la tossica caduta dall’albero
invece
la portano via nel silenzio
tra molti sguardi curiosi
è viva?
è morta?
lo spettacolo continua
tocca a Irene
tra Springsteen e Patty Smith
guarda un po’

ci sono studenti d’arte
architettura
cinema
sanno benissimo che non hanno futuro
che il loro futuro se lo sono già mangiato
ma non gli importa

ai baracchini dove
lentamente sciama il popolo passata la mezzanotte
qualcuno si frega le mani
meritava
certo
lavorare
per la festa del lavoro

*


Non come Dante però forse un po’ come Neruda

(de la generación y de la poesía mirando la sexta con tres botellas de sidra en el cuerpo)

Estoy mirando la sexta
los amigos cenando en el Morrison
pero por casualidad
me devolví tan pronto
y ahora me asiento en mi sofá improvisado
ni ni
le llaman a esta generación
la verdad es que miro esta mierda porqué hoy mismo leyendo “público”
me encontré con una recensión sobre el reality
lo miro,
intensamente.
Basura absoluta.
Si esos no son actores yo soy el mismísimo Dante.
A ver que tenía razón Deborad y estamos en la era del espectáculo cumplido.
Ni ni
quizás vengan estos a resolvernos las cosas
por lo que sirve: ya lo sé que es lo que sirve
lo que sirve es lo que hay dentro.
Divertido pienso a si un día expondrán este papel en algún absurdo museo de arte
contemporáneo.
Y me pregunto curioso
como puede ese periódico denunciar continuamente la tele basura
y luego dejarme delante de esto.
Al primer entretiempo lo entiendo todo.
La primera publicidad de la sexta
es para “público” y la película de George Clooney
y es el mismo periódico que critica a Obama
y que dice que hay que cambiar de modelo
completamente.
Claro.
Ahora todo está claro dentro de este
yy
un y y
que trabaja y le dicen estudiante
ahora borracho de sidra pero siempre consciente
y la verdad
es que los entendería esos chavales

si esto fuera la vida en lugar de un reality.
Preguntaréis
“porqué nos hablas de todo esto?”
“porqué no nos haces la poesía a la que estamos acostumbrados?”
y yo
simplemente os invito
pago la cuenta
y os devuelvo la pregunta
“pero de que coño debería de hablar, hoy en día, la poesía?”

*

Un año después dos años antes

(de nuevo: del tiempo y de otros azares)

Corazón a golpes
es un golpe mi corazón
ahora soy lo que soy
lo que siempre debía de ser

recuerdo el concierto y el bar
donde te conocí
te enamoraste de mi madre
de su no convenir

y el amor eso hecho riendo
eso que no es
que no queda
que no permanece

recuerdo el primer vuelo sin ti
tu silencio las lágrimas
el no decir que es más que un decir
y el continuo retorno del igual

diciembre la noche en que te fuiste
nada fue igual
la nieve y la esperanza
del año revolucionaron

fue por poco

tan poco tiempo

recuerdo pues que todo quedó suspendido
en al aire
como un poema que parece lejano

y la música
poco a poco
retomando distancias
pienso sangrando

corazón a golpes
es un golpe mi corazón
ahora soy lo que soy
lo que siempre debía de ser

*

Olè Culè

E tu
piccolo barcellonista da bar
critico di calcio vero intenditore
allenatore imprenditore
come passerai un’altra notte
di pisciate secche di vomito di birra
chiederai alla tua ragazza se è dolce il tuo movimento?
Se il tuo cazzo è grande ancora lo sufficiente?
Ti rintanerai in lenzuola macchiate di sperma altrui?
O forse, questo sarebbe bene,
passerai la notte leggendo
non perchè leggere dia un tono, no
ma giusto per perderti il notiziario della mattina
dove rivedremo eternamente l’opera d’arte.

Somiglia, in effetti,
quel tiro somiglia
a quello mai fatto al campetto
a me ricorda, per esempio
la presentatrice di telequattro
che mi accarezzó la schiena parlando dei tornei dei campetti

e non è affatto banale
perchè scoparsi una bella ciccetta
è forse l’ultimo desiderio che (non) oseresti esprimere
alle soglie della fine del mondo
che per altro sembra scongiurata
malgrado i porci.

Allora
che cos’è
questo astio questo fastidio
nel vedere le scimmie
festeggiare il ritorno dei calciatori miliardari
e dirai che sono invidioso
ma
so bene che cos’è vivere senza simboli
fare una poesia che non è bella poesia
non per caso ascolto Ian Curtis
ma oggi non è il giorno di Ian
non più
al massimo lo vedremo al cinema
e in qualche esposizione
oggi è il giorno di Andrès
e sai
la cosa divertente
è che ci si potrebbe anche trovare un senso
piccolo barcellonista dei miei coglioni
cioè che
il Barça è meglio del Chelsea
la squadra dei soci contro l’impero di Abramovich
che Iniesta è figlio della terra
un ragazzo semplice
senza pretensioni.

La cosa peggiore
è che mi diverte guardare certe partite
anche più di giocarle
quello che non sopporto
è la notizia quando deve essere notizia
che è come comprare libri a San Jordi
o le rose di notte ai pakistani.

Vedi

giusto a Joaquín Costa, poeta,
oggi calle de borrachera
i paquis
festeggiavano il gol
come nessun altro
e pronti correvano ai frigoriferi
e alle borse di plastica.

Poi, nella notte,
i soliti fuochi
e sette detenuti
ultima parentesi, è chiaro nel notiziario
di TV3.

E, certo si spera,
una scopata come tante
in lenzuola vecchie
in lenzuola nuove
un giro di culo
come rivedere la tua ragazza
con i pantaloni strappati
come riascoltare love will tear us apart again
l’amore ci distruggerà di nuovo
l’amore ci distruggerà di nuovo
l’amore ci distruggerà di nuovo

*

Mastella, Neruda e i globonauti

Adesso, sommerso nel cinema
non so perchè ma penso alla poesia che rigettiamo ogni giorno
quasi fosse un residuo dell’ultima combustione
i prodotti consumibili esigono voracità,la rapidità dell’attimo
una cosa su cui scrisse Sinicco
ed era storia.

Essa, giustamente
riposa senza preoccuparsi troppo della multimediatica giustapposizione della verità
già che non c’è verità me l’hanno fatto capire fin troppo i ventenni globo
globodan in qualche momento mi divertì il soprannome

Certo è che la letteratura vive e cambia come

il nostro Vladimiro lussurioso e non c’è tempo
per i massaggi e non c’è tempo per quadrare né cerchi né conti
possiamo ascoltare Schonberg al MacDonald
e guardare Herzog a CanalPlus

Sicuramente tutto questo fa schifo ma non mi sento di dire
non scriverò più
il gesto il valore quelli si apprezzano
però quando senti il sole del deserto e la brezza del mare scontrarsi
giusto sopra la tua testa di abitante della nuova oasi
scatta il fondo oltre le campane, sopra i ragni

ne ho studiate troppe di stronzate e quando insegni
quando insegni la responsabilità ti guida nel mondo dei giusti
dove Arshavin non segna e San Remo è polvere per gli archivi

Così andiamo, spalla a spalla
conoscendo la cucina e il letto condiviso
le bollette sono il sale della vita
come la sacrosanta sega a letto il sabato la mattina.

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