Velvet Afri

Velvet Afri è nata a Trieste nel 1973 e ha iniziato a scrivere molto giovane.
Nel 1996 vince il Premio Ediclub di Latina e un anno e mezzo dopo viene pubblicata la sua prima raccolta Currenti Calamo (prefazione di Gerald Parks). Vive la sua poesia performando le sue opere in giro per l’Italia, grazie anche all’Associazione Gli Ammutinati con cui viene in contatto alla fine degli anni ‘90.
Si dedica alle letture pubbliche, ai poetry slam, al teatro di ricerca con Teatro Edo prima e con i laboratori di Anna Falcone poi, esperienze minime ma di grande impatto sulla sua visuale della performance.
Ha scritto di teatro sulla fanzine amatoriale MicaTeatro e di musica su Fucine Mute Webmagazine.
Continua a scrivere con un orecchio di riguardo ai suoni, mentre si esibisce in varie città italiane (Varese, Piacenza, Reggio Emilia, Portogruaro, oltre a Trieste) e organizza qualche evento (nel
2011 e nel 2012 la tappa italiana di Palabra en el mundo assieme a Maria Sanchez Puyade).
Sue poesie sono pubblicate in diverse antologie, da quelle di bandadiversi di Varese (con cui ha partecipato a diverse edizioni della Carovana di versi) a quelle dei Benandanti di Portogruaro a Plastic Poetry Party (curata da Ann Clare Matz e Monica Borettini, che contiene opere di poeti e musicisti come Elisa e Omar Pedrini).
Suoi testi si possono leggere su Poiein e su Absolute Poetry.
Di recente ha presentato la performance TimeBeat assieme al percussionista Cristiano Pellizzaro, con cui sta lavorando per produrre uno spettacolo più articolato.
Il critico e poeta Gianmario Lucini la definisce “una performance vivente”. Mah….

IL VOLO DEL CALABRONE

Un progetto di poesia performativa
(postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Battello stampatore, 2008)

Testi di:
Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco.

Per ordinare il libro: Battello Stampatore – via Rismondo, 14 – 34133 Trieste – tel 040 761954 fax 040 3474448 e-mail: tipografia@adriatica.191.it

Dalla nota dei curatori:

[…]

Pubblicare l’ennesima antologia non è di certo un esercizio di sopravvivenza, né per chi l’ha scritta, né per chi la leggerà. Il motivo che ci ha spinto a pensarla e a realizzarla è un altro: ci è parso di individuare nella poesia degli ultimi anni due tendenze, se non dominanti perlomeno più aggreganti rispetto alle altre: da una parte un sostanziale arretramento della lingua poetica a bisbiglio prosastico, privo di ritmo, di musicalità; dall’altra parte invece un rinsaldarsi delle posizioni post-avanguardiste attorno a una lingua experimentum, la quale a volte si ri-metricizza rigorosamente, a volte si fa canto, a volte si struttura quasi a simulare il rap. Non stiamo affermando che questi siano i filoni maggioritari o più importanti, sosteniamo soltanto, basandoci sul dato empirico delle nostre esperienze, che a noi queste due linee sembrano oggi nell’atto di venir marcate con più forza, anche grazie a riviste, case editrici, siti internet, blog e festival che prediligono più dichiaratamente l’una rispetto all’altra. Postulata tale visione come base del nostro ragionamento, a noi sembra che manchi l’attenzione verso la linea o l’incrocio di linee che ricercano una zona mediana tra le due sopracitate: un limbo in cui la parola riesca a stare, come un equilibrista, in bilico tra ricerca di senso, costruzione di una visione del mondo e ricerca metrico-prosodica (anche in direzione di nuovi spazi metrici) senza che nessuna di tali tensioni si sacrifichi per far spazio all’altra. Consci della pericolosità del nostro dire, non ci azzardiamo avanti in disquisizioni teoriche che potrebbero ricordare la prosopopea di certi manifesti del passato. Qui non vi sono proclami. Ci siamo sforzati di immaginare quella zona mediana, dopodiché siamo andati alla ricerca di coetanei (nati dopo il 1970) che a nostro personale modo di vedere possano rientrare in quella zona, quindi abbiamo chiesto loro di spedirci dei testi che a loro modo di vedere potessero rientrare in quella zona, infine abbiamo selezionato i loro testi cercando di farli stare nel cuore di quella zona il più possibile. Et voilà: ecco – sarà un caso? – un gruppo di autori che sa anche performare i propri testi!

Il calabrone vola tenendo come rotta la linea che taglia in due parti uguali (ma non per forza superfici fatte solo di angoli retti) quella zona mediana. Il calabrone simboleggia la parola carica di senso e di vitalità che crepitando/risuonando tiene la rotta senza abbandonarla mai: un calo del battito vorrebbe dire caduta/morte, la mancanza di una meta verso la quale volare genererebbe titubanza, cioè temporeggiamento, cioè caduta/morte.

[…]

(sopra, particolare della copertina: disegno di Ugo Pierri)

Breve antologia


Dome Bulfaro
da Reperti Contatti Ictus

CARNIFICAZIONE
contatto n° 0

Mai immaginato avrei mai mai che il naso
un giorno avrebbe offeso l’occhio, l’occhio
nel vuoto avrebbe paralizzato i suoi tic
mai immaginato avrei mai che quei denti
potessero ringhiare alla propria mano, la mano
destra un giorno accoltellasse la sua sinistra
mai immaginato avrei l’anima mia finisse
per sgusciare la sua testa, la testa
un giorno si sarebbe scontrata con le ginocchia
mai eppure è successo che il corpo di tutti
s’issasse sulla croce con le sue stesse vene, le vene
blu di ogni uomo votassero il proprio collasso!
le vene blu di ogni uomo votassero il proprio
collasso! il blu d’ogni uomo votasse: collasso!

DEPOSIZIONE DELLA SCHIENA
contatto n° 29

Poi mi stacchi dal cielo adagi ciglia
con le nocche penzolanti sui denti
riposo in braccio al bacio di mia madre
che mi culla su fette di pane, apri
la bocca e m’inghiotti nel seno, mai
mi vedi per così: coi bulbi senza
tuorlo, mentre trascinano il mio sguardo
che la fissa incurante delle buche
e del suo strazio che m’inzuppa il viso.
Inarchi gravidanze nella zanna
fuori dal grembo intagli urla neonate
e ora come un ponte con le costole
fratturate, la inghiotto nel mio torace
privo di polmoni con le sue urla
ancora vive soffocate a mucchi
– ora ti comprendo! – ci rinfacciamo
schiena contro schiena il mio schianto al suo
schiena nella schiena il mio spiro il tuo

E mi chiedi come distinguo la fine
non all’ultima poesia o al punto o a capo
la fine d’un libro si mostra quando
la schiena all’orizzonte schiuma, mai
mi trovo all’altezza quando bussi entri
nella carne mi dici che sei morto
su due piedi dai la schiena sprofondi
sordo esci di scena da me vorresti
sorrisi invece piango più per me
che per te – dei topi ho ancora paura –
resta! le mie chele ficcate in gola
resta! il mento che ti affonda la schiena
– così ci si uccide due volte – ad ogni
costo trattenersi non accettare
che la tua vita non sia mia, né sia
mia la mia, nella fine nessun bene
viene sottratto ma in terra rinasce
un seme, tu io dormienti tra due schiene


Silvia Cassioli
da Alla dottoressa M, per un’analisi

lottavo nella fazione di quelli che quando non mangiavano la carne volavano
contro ai mangiatori di carne veri e propri riconoscibili per gli orecchi a forma di missile, quando
il capo fazione avversario riusciva a liberarsi i piedi che gli avevamo legato con un laccio e a quel punto
il tentativo di golpe nemico riusciva e bisognava scappare lungo
i corridoi di Palazzo, genericamente fatti a scale che portavano nel fondo
di questo Palazzo, un buco di stanzino dove ci dormiva dentro sopra a un panchetto
la Volpe (il Gatto l’avevamo visto prima, in un’altra stanza)
e cosí bisognava trovare un’altra via di uscita, un altro varco oltre le Grandi Mura
e questo sempre volando basso ma sempre troppo piano
con l’elica che girava sí ma sempre troppo lenta.

***

c’era una sirena che gridava, un allarme.
un muletto che suonava, in retromarcia.
una macchina che andava, piano.
un camion che si ribaltava, completamente.
noi che correvamo sui tetti, i soliti.
mia madre che trovava il suo posto assegnato, al cinema.
numerose le susine che negli alberi, maturavano.
numerosi gli uccelli che nel frattempo, volavano.
altri che cercavano e becchettavano, le briciole.
sotto ai cespugli delle rose, negromanti.

Matteo Danieli da Genetica della stanza

The House Wedding poem
To Philip Larkin
and the Whitsun Weddings

Mi chiedo: sono qua, tesoro
Vivo, respiro, mi tocco, ci sono
E mi sembra che tutto quanto, le quante cose
Siano al loro posto impiegabili
Ordinate, attese e presentabili
Come lo sono sempre state
Tutte le cose, nella stanza.

Sono qua, la musica va
Chebrando i portanti, rasente a quei muri
A questi ora, a quelli ancora
Come fiutando il presagio o più sornionamente
Languendo nell’aria alla modica
Distanza, da quelli che sono gli esclusi.

Sono qua tesoro
Placido come nunca mi hai visto
Nel recinto di cemento della mia sola scrittura
Scrutandomi, seguendo quell’altro mio essere
Disteso, in piedi, seduto, disteso
Mentre mi sembra il sole abbia toccato
Già quindici volte il punto più estremo.

Ma non può essere passato così tanto tempo.
Eppur è vero: reminiscenze di quella
Che una volta chiamammo la storia
Nostra, si gonfiano nella mia testa, si sgonfiano.

E’ triste sapere come
Sia la dimenticanza a rendere tese le cose
Nella mia stanza; e mi chiedo quanti uomini furono eletti
Prima che il parroco facesse il mio nome
Chiamandomi interprete della memoria
Facendomi onore del gesto
Che non è rimasto.
Che casa.

Das Nachtasyl poem

in questo nachtasyl
in questa notte la vita sembra stanca
in questa notte di sussidiari immobili
stelle.

Le case o meglio gli edifici strutturati
come case, come archivi della lunga gestazione
dalla finestra questa notte appaiono
da una finestra non più vasta di un’icona

da una finestra questa notte appaiono le cose
strutturate come archivi della lunga gestazione
icone, i disegni d’un interruttore
d’una presa
d’un muro d’una casa
d’un tratto d’una strada
che portava le parole del commercio
e tu giacevi nuda sul mio letto
d’una camera d’albergo Ninotte, ieri
semiaddormentata, fintaddormentata, onda,
trave, pesce e galleggiavi, trasmutante silenziosa
buia sul mio letto nella stanza ed eri
e un azzurro intenso sanciva il nostro gelo.

Luigi Nacci da S

Bewerber

Dirottiamo aeroplani di carta nei giorni di vento
Tramontana ci porta lontano e maestrale ci impenna
Nella stiva fa freddo si ghiaccia si gelano gli occhi
Non si vedono piste e non sono previsti atterraggi
Ci copriamo con pacchi-lenzuola e con coltri-bagagli
Incrociamo gli sguardi ma senza azzardarci a parlare
Che l’ossigeno è poco e il pensiero si ossida presto
Ci conforta il reattore che sparge potente il suo canto
Ed è come l’apnea delle prime nuotate in piscina
O la faccia contratta nel vetro del treno che parte
Ci mettiamo a soffiare a soffiare pensando alla luna
Si potesse saltare aggrapparsi coll’unghie a dei cirri
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole

A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le ruspe e arrivano i becchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi

Con le bombe facciamo palleggi di testa di piede di mano
Piroette sgambetti e passaggi fin quando non cade per terra
È un saltare di dita che pare la festa del primo dell’anno
A ciascuno il suo scoppio a ciascuno il tripudio di fuochi che spetta
Come stelle filanti le dita ricadono ognuna al suo posto
Ci si stringe le mani e stringendo si aspetta che faccia mattino
Zoppicando torniamo alle nostre baracche con meno coraggio
E c’è sempre qualcuno che arriva e controlla e ci conta e ci dice
Che nel campo si tace si dorme si muore anche il sogno è proibito
Siamo scorie eccedenze rovine del tempo robaccia che brucia
Riciclarci per cosa e per chi riciclarci per fare che cosa
Mentre grida ha negli occhi decine di metri di filo spinato
Col suo filo faremo una fune che sale alla volta celeste
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole

A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le bombe e sparano i cecchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi

Anwarter

Ci areniamo in scogliere e carcasse di mostri marini
Incagliati restiamo in attesa dell’altra marea
C’è chi pesca chi prega chi parla alla stella polare
Le sirene non sprecano colpi di coda per noi
Dalla costa si levano gridi e segnali di luce
Il guardiano del faro fa segno di andarcene via
Pescecani pirati pattuglie di guardia costiera
Quanti denti ha lo squalo ed è fiero di farli vedere

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia

Le scialuppe si calano a mare e si mettono in salvo
Con i remi si accendono fuochi che scaldano i visi
Ci affidiamo spaesati al timone e alla sua buona sorte
Lo scirocco ci spinge si suda e respira a fatica
E nel sale che satura l’aria si pensa alla casa
Alle cose lasciate sull’uscio e i saluti di rito
Ma fra tutte le cose soltanto la terra non torna alla mente
Sbrana un uomo lo squalo ed è fiero del sangue che sparge

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali

Camminare sull’acqua debilita stinchi e caviglie
In colonna si marcia evitando le onde più grandi
Terra in vista è la frase che ognuno vorrebbe strillare
Sotto il sole si spargono i corpi di piaghe e miraggi
Come giona a decine si lasciano andare nei flutti
Rifugiati nel ventre dei pesci pensiamo alla casa
Elicotteri navi e plotoni di guardia costiera
Dalla terra si parte e alla terra faremo ritorno

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali
Si allontanano l’una dall’altra laconiche ortogonali

Adriano Padua da RADIAZIONI (buio/luce/corpi)

composto in geometrie che il vuoto ne determinano
il buio incessante s’espande a creare contrasti cromatici oltre
atroce del cielo i colori distrugge e sovrasta e le linee ritorce
divelta la luce dai corpi nei quali s’inarca e visibili apre le crepe

la quiete è terribile e ferma è un gendarme
presidia le strade sconnesse e le case
le frasi che in bocca di niente non sanno
le cose rimaste così come stanno

gli squarci si formano enormi nell’aria spaccata che tende a rapprendersi
schierarci ci serve soltanto ad avere e esibire un inutile alibi
saremo noi stessi nei nuovi massacri a venire le prede e i carnefici
per questo dobbiamo comunque provare a nasconderci senza esitare
ma addosso rimane per sempre l’odore del sangue e il rumore che siamo
e dunque salvarsi non sembra per niente possibile almeno per ora

*

la luce accumulandosi riverbera se stessa nei rottami
vibrando traccia il segno che scandisce della notte il movimento
è un elemento intermittente di silenzio e suono a saturare l’aria
fluido come un respiro muto a stento trattenuto sopra le parole
che hanno un sapore assurdo e ruvido di ossido e di ruggine residua
e un non sopito impulso a consumarsi nei resti d’ossigeno impuro
insinuando intorno stati di tensione e su di noi stringendo
la presa dei morsi dell’ansia che lasciano segni profondi nei corpi

comincia il ritorno del viaggio e bisogna voltarsi e fissare
lo sguardo nel prossimo buio da dove deriva ogni gesto il suo termine
con gli occhi sgranati e rivolti nel verso di questo possibile abisso
soltanto adesso apparso a cancellare le ombre torbide

Luciano Pagano

sentiero interrotto

dov’è che ho perso tutti i miei frammenti,
particole di derma su cuscini sfiorati
consunti e loro parti come nastri
come pagine bende e poi per esse
comunicando postriboli
di questi testi rammendati forse,
dov’è che ho perso un fuoco dell’ellisse
s’è imbrogliata, s’attorce,
e lì che mi hanno preso
qualcosa le parole che hanno tolto
da quel cielo, oh fratello, oh fratello, mi dice
come sopra, non trova e incespica
oh la pietra
il suo diesis corrotto, dov’è – perché ripete –
immanuel è crepato, kant lo segue
in un’orrida buca senza fiato
budello in la stagione del sintagma
con tutte le aporie mentre mi piove
e che pioggia piove, oh fratello:

resisti.

Omen.
Nomen.

acqua

raccoglimi qui dove l’abbandono,
semplice chiodo,
gioia di quel declino appena scritto
si sia disfatto al chiaro di mattina.

Terrò le corde tenere sul ritmo,
rimerò il timbro chiaro di freschezza,
coltiverò l’aceto della vigna:

finto nel grado zero di comunicazione
terso dalla condanna

[…]

il nero della terra giù nel catino
la sabbia, asciutto il viso calmo che lavato, penso,
illusa acqua che bagna: è solo acqua.

Acqua, Pilato.

Furio Pillan da Del tempo e di altre invenzioni

contemporamoreneità

accanto al tuo corpo il mio tempo rallenta
altrettanto fa il tuo.
Tra gli atomi d’aria che urtano il timpano
quando dico ti amo
ce n’era qualcuno che era parte di me
e del mio sangue del mio respiro
di quella voglia matta che ho
di rotolare nell’erba
di fare all’amore
di morire in battaglia
di cuocere il pane.
Come fa la Terra con gli orologi
è il tuo corpo a rallentare il mio tempo
a renderlo schiavo
ad attirare il mio aratro lungo il sentiero
di una geodetica immateriale
a curvare lo spazio delle emozioni
lontano dal me che ero prima del viaggio
in discesa verso di te
verso la proiezione di me dentro di te
verso il punto – te.
E poi stretti senza parlare
senza respiro
senza alcun moto relativo
perché la contemporaneità è propria
solo delle parti di un unico corpo
meglio se infinitesimo e non roteante.
Il tempo degli uomini ha un senso
solo in quell’attimo dopo l’amplesso
perché è finalmente lo stesso
perché non esiste nella stessa misura

ballata dell’amor relativo ( ristretto )

io posso viaggiare nel tuo futuro
angelo mio dalle ali di vetro
perché un giovane prima di me
rubò le ceneri del fuoco sacro.
Potremmo fare l’amore oggi, adesso
e concepire il nostro piccolo
universo di carne.
L’uovo da cui nascerà
è la sola immortalità che ci è concessa
e tu saresti felice quanto solo una donna
è capace.
Ma non sarà per quel dono di uomo
che farai crescere dentro il tuo grembo
che tu chiamerai con un nome
che mi convincerai a restare

la mia paura è immensa

un anno alla velocità media di 259.807,62 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
posso partire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
il nostro bambino avrebbe due anni
avrebbe imparato a dire papà
avrebbe negli occhi il riflesso
degli occhi del padre che mille pianeti
ha rubato dal sacco di dio

un anno alla velocità media di 293.938,77 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
tornerei con un mazzo di stelle comete
per chieder perdono,non vedrei le tue rughe,
scaverei il tuo corpo di donna per l’ultima volta
colpirei la tua superficie lunare
con baci asteroidi e lasciandoti il segno

un anno alla velocità media di 299.624,77 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
il nostro bambino avrebbe vent’anni
terrebbe per mano una bella ragazza
detesterebbe le mie quattro poesie.
vorrei solo per lui che studiasse
e conservasse una qualche utopia

un anno alla velocità media di 299.833,29 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
ti chiederei di sposarmi
accetterei il silenzio come risposta
poserei sulla fronte un anello
rubato a Saturno sulla via del ritorno.
Saresti bella come una stella

un anno alla velocità media di 299.939,99 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
troverei un vecchio accanto alla tomba
con in mano dei fiori e nell’altra
dell’acqua perduta dagli occhi
cercherei un abbraccio ma egli direbbe
non può esistere un figlio più vecchio del padre

posso viaggiare nel tuo futuro
se solo avessi abbastanza energia
turbine a vapore di antimateria
migliaia di soli come operai
a spremere luce nel mio motore
ma si viaggia nel tempo solo in avanti
e un poco di lato, all’indietro è impedito
da una radice vestita da vigile-dio

posso viaggiare nel tuo futuro
ma non nel mio
e continuo ad avere un’ immensa paura

Silvia Salvagnini da la storia della gomma

tu sei il in terra
dopo la morte dopo la guerra
il mio vita di prima ritrovato
tu sei così il dal passato ritrovato
il che si prega di ritrovare
dopo la fine dell’ in terra individuale
dopo lo sgretolamento cellulare
sei il filo lanciato
il coriandolo
che ha attraversato
la velocità della luce
la morte/ del fiato.

*

siamo famigliapetalo scoppiato
un laccio slacciato
queste solitudiniappartamenti
siamo ci di noi dimenticati
siamo qualcosa che non piange
ma piange in di tutti i giorni/ tutti/ i fiati.


Christian Sinicco
da Ingegneria dei materiali

Ci sono attimi come perderti
dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia
hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?
Dove le strade sarebbero state non guardasti

la pioggia,
quale fosse il giorno, la goccia
dove questa convulsa e luminosa corsa allunga
dove sfogli la pagina, soffiando

come in uno specchio, sopra i detriti
camminando nelle pozzanghere, qualsiasi fango sbricioli
e chiunque non abbia mai pensato
sui vetri opachi …

I segni non cancellano,
il materiale le cui infrante labbra appoggi non è tuo,
l’hanno truccato. La storia, i battiti
elettrizzano l’aria, la gravità

sostituita con qualsiasi cosa. E quale carta hai scelto?
Questa, il braccio che le conficcasti, è un cuore.
Qualcosa di forte
si ferma,

continua a piovere dove sei, continua a piovere.
Sapremo mai cosa c’è oltre
dove non sei più invisibile
di ciò che stringi?

***

Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti.
Forse hai seguito la sua cronaca,
i mattoni esplodere sulle abitazioni, i volontari
e a centinaia l’alternarsi … il cane abbaia,

ma la confidenza è rossa; ieri
respiravamo senza aprire labbra al non ancora, lanciato
in avanti… Nei corridoi
pieghe di materia difficile da lavare, petali forati

e lettere dall’invisibile, volti,
pezzi della tua infanzia… I graffiti? Una teoria, la nostra
prima di flettere, con i passi
sulle pareti recidere il ventre

-dove slacciano gli organi, anche le definizioni percuotono
noi, sigillati al muro, emozione o vuoto,
esplorazione senza fine, occhi
chiusi. Questa stanza senza più ricordi

e alle sue finestre una corda: tirala,
le piogge allagheranno piano le lenzuola, i palazzi
inclinano già, annegano con paura…L’umanità, il domino?
Le sonorità che non sai

e non puoi tornare com’eri perché
L’architettura non sarà il riflesso dell’inevitabile,
perché se si aprissero le case e lo spazio fosse la nostra capriola
vedresti la profondità. I chilometri del nero

dall’altra parte della strada tra le stelle
hanno grida? Un padre
bestemmia ai suoi figli
al piano di sopra: le grida

le hanno strappate ai silenzi,
abbattute le porte.

Matteo Danieli

Matteo Danieli nasce a Trieste il 25 luglio 1974. Cresciuto a Roma per il trasferimento dei genitori nella capitale viene educato alla lettura dalla seconda balia che lo spinge a passare dai romanzi per ragazzi (Jerome, Verne, Salgari, Saint-Exuperie) alla letteratura italiana quando entra nella scuola secondaria inferiore. A questo periodo risalgono soprattutto Carducci e Pascoli e l’insorgenza di una volontà di poesia, ma chiusa questa prima fase si apre un buco e un allontanamento dalla scrittura che non verrà colmato sino all’ingresso nell’Università. Dopo un primo anno fallimentare alla Facoltà di Chimica della seconda Università di Roma, abbandona questo progetto per tornare a Trieste e iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia del capoluogo giuliano. Il decorso degli esami è lento e faticoso, comune a molti studenti non convinti che questo sia il reale campo di confronto in cui misurare le proprie aspirazioni artistiche e letterarie, ma è proprio questo ambiente invece a fornire la possibilità di incontrare altri studenti e scrittori con cui nel 1999 fonda il gruppo Gli Ammutinati nel tentativo di contrastare la cattedrale degli intellettuali triestini e la chiusura culturale a cui è stata relegata la città. Il gruppo tenta la strada dei reading, l’approccio popolare, per contrastare da un altro piano la morsa. Il concetto chiave di questa operazione si basava sull’oralità e sul tentativo di instaurare nuovamente una sensibilità poetica dentro il linguaggio dello spettatore. Spettatore è il nuovo termine di paragone con cui confrontarsi: diventa necessario affiancare all’arma della lettura il teatro e la musica.

La sua attività di operatore culturale diventa visibile nel 1999 come cofondatore nel capoluogo giuliano del gruppo “Gli Ammutinati”. Lo trovate nelle antologie Gli Ammutinati (Svevo, 2000), Ragioni e canoni del corpo (Asefi, 2001), Viadalfreddo ( il NuovoFVG, 2006), nell’edizione 2003 dell’Agenda delle fragole (Lietocolle), sul sito di Absolutepoetry, e in diverse partecipazioni a manifestazioni, festivals e slams nazionali, tra cui ricorda il Festival Internazionale di Poesia di Trieste, il Festival delle arti di Morbegno, il Festival di Topolò, la rassegna PoesiaPresente di Monza e l’Absolutepoetry di Monfalcone. Ha vinto il secondo Trieste International Poetry Slam. Numerose anche le piccole partecipazioni nell’ambito di spettacoli ed eventi teatrali locali, anche come attore: nel 2005 fa parte del cast di “Caravaggio suite” di Fabrizio Maurel, rappresentato al teatro Miela di Trieste e supportato dal Fondo Sociale Europeo per l’iniziativa comunitaria EQUAL.
Collabora con il gruppo rock Baby Gelido e con Furio Pillan nello spettacolo 2t or 2l.
Nel 2007 pubblica Genetica della stanza (Battello Stampatore, ‘i libretti verdi’) e da allora presenta anche un’altra performance di voce accompagnata dal sound dei Baby Gelido. Il progetto, che si presenta come concerto senza canto, ha lavorato sulla sinergia tra testi e musica e sul nucleo iniziale di Genetica della stanza. Che cos’è Genetica della stanza? È la storia del rapporto difficile di un uomo con la sua compagna che arriva ad un insanabile punto di rottura nel passaggio dallo stadio della maturazione allo stadio dell’appassimento. La volontà della propria compagna di cancellarsi dal volto le tracce di una vecchiaia e quindi di una Storia, la loro Storia, genera un primo sguardo su questa relazione dal punto di vista della “stanza”, cioè dal punto di vista di quelle pareti che ingabbiando il proprio Io fino al momento in cui queste pareti si sgretolano, non ci permettono di conoscere la forza delle nostre proiezioni e dei nostri destini.

Matteo Danieli, rođen u Trstu, 25.07.1974. Student Kemije, a potom Književnosti i filozofije na Filozofskom fakultetu u Trstu.
Godine 1999, kao jedan od osnivača grupe “Gli Ammutinati”, započinje svoju književnu aktivnost.
Zastupljen u antologijama: Gli Ammutinati (Svevo, 2000); Ragioni e canoni del corpo (Asefi, 2001); Via dal freddo (il nuovo FVG, 2006); Agenda delle fragole, 2003.
Sudjeluje na raznim festivalima poezije i Slam susretima: Festival Internazionale di Poesia di Trieste, Festival Topolni Manifestacije: Poesia presente di Monza, Absolutepoetry slam di Monfalcone.
Sudionik mnogobrojnih kazališnih predstava i lokalnih manifestacija.

Furio Pillan

Nato a Roma nel ’75, Furio Pillan consuma la sua infanzia nella campagna friulana. Si trasferisce poi a Trieste, città in cui vive attualmente e dove nel 2001 conosce il gruppo “Gli Ammutinati”, che presiede dal 2004 e con i quali ha organizzato numerosi readings e incontri sulla poesia. Ha pubblicato alcuni testi in varie antologie e nel 2008 una raccolta dal titolo “poesie ad olio”. Ha partecipato a numerose rassegne e poetry slam in mezza Italia. E’ anche autore-attore di teatro. Nel 2007 ha ideato e rappresentato uno spettacolo di poesia, musica e immagini dal titolo “Del tempo e di altre invenzioni” con forti contaminazioni di carattere scientifico e pubblicato nell’antologia “il volo del calabrone”. Nel 2009 ha partecipato all’Absolute Poetry Festival di Monfalcone con uno spettacolo di poesia e musica dal titolo “2T or 2L” in collaborazione con Matteo Danieli e il gruppo musicale dei “Baby Gelido”. Si diletta di fisica teorica, filosofia ed ingegneria. In questa si è anche laureato per un curioso scherzo del destino.

Suoi testi si possono trovare su AbsolutePoetry.

Born in Rome in 1975, Furio Pillan spends his first infant years in the Friuli Venezia Giulia countryside. He then moves to Trieste, where he lives still today and where in 2001 he meets the group “Gli Ammutinati”, of which he becomes the President in 2004, organizing together many readings and poetry events. He has published many texts in various anthologies and in 2008 a collection of works titled “poesie ad olio”. He has participated at many festivals and poetry slam in half of Italy. He is also a theatre author and actor.
In 2007 he has conceived and put on the scenes a poetry, music and images performance that goes by the title “Del tempo e di altre invenzioni” (About time and other inventions) with strong scientific contaminations, published in the anthology “il volo del calabrone” (The flying of the Hornet). In 2009 he
participated at the Monfalcone international festival “Absolute Poetry” with a music and poetry performance by the title “2T or 2L”, in collaboration with Matteo Danieli and “Baby Gelido” band. He delights himself with theoretical physics, philosophy and engineering, this last, for a curious joke of fate, is the field he graduated in.

Furio Pillan, rođen u Rimu 1975, ali djetinjstvo provodi u Friuliju.
U Trstu živi od 2001, radeći s grupom “Gli Ammutinati”, s kojima organizira brojne readings i susrete poezije. Objavio različite radove u antologijama i 2008 knjigu poezije: “Poesie ad olio”. Sudjelovao u mnogobrojnim poetry-slam manifestacijama. Radi kao kazališni autor i glumac. Godine 2007 osmišljava i potpisuje muzičko poetsku manifestaciju “Del tempo e di altre invenzioni”, objavljenu u antologiji “Il volo di calabrone”. 2009 god. sudjeluje na Absolutepoetry Festivalu u Monfalconeu, s muzičko poetskom predstavom naslovljenom “2T or 2L” u suradnji s Matteom Danielliem i muzičkom grupom Baby gelido. Zanimaju ga teoretska fizika, filozofija i inženjerstvo kojega je i diplomirao.

Manuel Fanni Canelles

Manuel Fanni Canelles, nato a Trieste, poeta, videoartista, regista e formatore teatrale, collabora con istituzioni teatrali private e pubbliche italiane ed estere. Come produttore indipendente è da tempo impegnato nella diffusione di un teatro al limite tra cinema e arte visiva.
Da vari anni conduce progetti artistici all’interno di istituti detentivi, collaborando con il Dipartimento di Giustizia Minorile di Trieste, con l’Anfass e altre realtà del territorio. E’ responsabile dell’attività di Studio Openspace per il quale firma numerosi studi sull’immagine e del settore audiovisivo di IG, società cooperativa di produzioni multimediali.
Su LipanjePuntin, una selezione di sue opere per la personale del 2012.
Una sua intervista su Genius.

Ambra Zorat

Ambra Zorat, nata nel 1978, è originaria di Aquileia. Dopo essersi laureata in Lettere Moderne all’Università di Trieste con una tesi su La Terra Santa di Alda Merini, ha continuato la propria attività di ricerca alla Sorbona di Parigi occupandosi in particolare della poesia di Amelia Rosselli, come nel saggio Intorno a libertà e prigionia. Sempre alla Sorbona ha iniziato nel 2004 un dottorato di ricerca dedicato allo studio delle poesia femminile del nostro paese, sfociato nel saggio La poesia femminile italiana dagli anni settanta a oggi. Scrive poesie dalla fine degli anni ’90 e fa parte del gruppo “Gli Ammutinati”, con i quali nel 2000 ha pubblicato l’omonima antologia edita dalla Italo Svevo. Ha partecipato all’organizzazione di varie manifestazioni culturali ed artistiche. Per Radio France Internationale ha realizzato alcuni programmi radiofonici dedicati a scrittori e poeti italiani residenti a Parigi. Oltre alla passione per la poesia nutre un vivo interesse per la politica ed i problemi sociali.
E’ attualmente membra del dipartimento di Letteratura e cultura italiana presso presso l’Université Paris IV- Sorbonne.
Su Argo si può trovare un suo racconto, La fabbrica dei sogni.

Angelo Claut

Angelo Claut (27/05/1977) è un artista di Oderzo (Tv). Molti suoi lavori si possono trovare su clautangelo.com. A Trieste, partecipando all’attività dell’associazione, ha esposto e letto i suoi testi poetici presso il Teatro Miela nell’ambito della prima manifestazione de “Gli Ammutinati” patrocinata dalla Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia (Trieste, giugno 2000). Da segnalare altre mostre personali e collettive: “Anche io non vi capisco”, personale di pittura al Caffè Naima (Trieste, dicembre 2000); “Come ciliegia a testa in giù”, personale di pittura presso il “Circolo Vizioso” (Trieste, giugno 2001); “Il signor Postmoderno”, personale di pittura al Teatro Miela in occasione dello spettacolo del drammaturgo e poeta Luigi Nacci (Trieste, settembre 2001); per i lavori di teatro dell’associazione ha curato le scenografie de “Il battello ebbro“, spettacolo sulla poesia di A. Rimbaud, al Teatro Miela (Trieste, ottobre 2001); “I mostri” personale di pittura presso il “Circolo Vizioso” (Trieste, giugno 2002); collettiva di autori (Cassetti, Fusco, Cervi Kervischer, Callea, Bon, Marani, Fanni Canelles, Claut) presso il Centro Donna in occasione della “Giornata di sensibilizzazione per i diritti dei rifugiati” (Trieste, agosto 2002); organizzazione ed esposizione alla collettiva “Le sedie e i tavoli c’erano già” in occasione di “Pianeta Poesia” (Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Friuli – Venezia Giulia, Provincia di Trieste, Comune di Trieste) presso il Castello di S. Giusto (Trieste, settembre 2002); “Carne fresca”, personale di pittura al caffè Naima (Trieste, gennaio 2003), nonché le scenografie del Trieste International Poetry Slam nel 2006 presso il Parco di San Giovanni ex-Opp.
Sue gallerie si possono trovare su Fucine Mute e Saatchi.