7th Trieste International Poetry Slam

Il 7th Trieste International Poetry Slam si terrà il giorno giovedì 29 novembre 2012 alle ore 20:30 presso il Caffè San Marco in Via Battisti a Trieste, e sarà anticipato da due selezioni a cura di Alessia Dagri.

I poeti che desiderano partecipare alle selezioni dovranno mandare una mail a triesteslam@gmail.com con in oggetto, PRIMA SELEZIONE del 27/11/12 (o SECONDA SELEZIONE del 29/11/12), più una poesia e una bio aggiornata, unitamente a link di video o audio. Le prenotazioni per le due selezioni si chiudono venerdì 23 novembre.

Un’altra finestra per l’iscrizione dei ritardatari si apre prima dello seconda selezione, alle ore 17.00, con ammissione a discrezione degli EmCeeS dipendente dal numero dei partecipanti presenti alla seconda selezione.

Le persone che desiderano partecipare alle giurie di selezione, dovranno inviare una mail a triesteslam@gmail.com con in oggetto <<prima giuria di selezione 27/11/12>> (o <<seconda giuria di selezione 29/11/12>>) e preferibilmente come testo una breve presentazione della propria candidatura, entro e non oltre venerdì 23 novembre. Le domande di partecipazione a queste giurie saranno vagliate da Alessia Dagri.

La PRIMA SELEZIONE, che dà diritto a due posti in finale, si terrà martedì 27 novembre 2012 alle ore 20:30 presso l’Acquedotto Caffè di Viale XX Settembre a Trieste.

La SECONDA SELEZIONE, che dà diritto a due posti in finale, si terrà prima della competizione internazionale, giovedì 29 novembre 2012 alle ore 19:00 presso il Caffè San Marco in Via Battisti a Trieste. Si vuole ricordare ai poeti che alle 17:00 si potranno riscaldare in occasione di una sessione di lettura con i microfoni aperti, dal titoloT.O.M. T.O.M. (Trieste Open Mic Trieste Open Mic)!

Il 7th Trieste International Poetry Slam avrà un numero massimo di 10 partecipanti. Gli EmCeeS, Christian Sinicco e Matteo Danieli, possono decidere di aumentare il numero di poeti da ammettere alla competizione finale se lo riterranno necessario, utilizzando le due classifiche finali delle selezioni. Le selezioni dello slam si svolgono in una manche unica e sono giudicate da una giuria nominata da Alessia Dagri. Tutti i giurati (un massimo di 10 persone), anche quelli dello slam internazionale, avranno a disposizione dei fogli di carta con i seguenti voti: 1 – non mi piace; 2- mi piace; 5 – mi piace molto; i punteggi acquisiti saranno sommati e da ogni selezione saranno scelti due poeti per partecipare al 7th Trieste International Poetry Slam. Nel caso di improbabili parità la giuria voterà ad alzata di mano a fine selezione.

 

Ecco il regolamento nel dettaglio del 7th Trieste International Poetry Slam invece:

 

•La gara si terrà in 4 manche: 2 gironi “tutti vs tutti”, dai quali emergeranno i migliori 4 che si affronteranno nelle due manche rimanenti: semifinali e finale. Ogni poeta dunque dovrà portare almeno 4 testi.

•Ogni poeta deve presentare testi scritti di proprio pugno.

•Le poesie possono essere su qualsiasi soggetto e in qualsiasi stile.

•I selezionati possono utilizzare il testo letto in selezione esclusivamente in finale.

•L’ordine di gara della prima manche verrà estratto a sorte.

•Per la seconda manche verrà cambiata la giuria e i poeti performeranno coerentemente alla loro posizione in classifica nella prima manche (il primo classificato per primo, il secondo per secondo, ecc).

•In semifinale: scontri diretti tra il primo e il quarto e tra il secondo e il terzo.

•In semifinale e finale: voto ad alzata di mano del pubblico per decretare i vincitori.

•Ogni testo dovrà avere una durata non superiore ai 3 minuti. Nei 3 minuti a disposizione si potranno leggere più testi, coerentemente con le altre regole espresse in questo regolamento.

•Il tempo sarà calcolato dal momento in cui il poeta prende la parola.

•Non è permesso utilizzare alcuno strumento musicale o traccia musicale preregistrata.

•Nessun costume o oggetti di scena.

•Una poesia può essere usata una volta sola.

•Se la performance supererà i 3 minuti saranno conteggiate delle penalità calcolate nel modo seguente:fino a 3:10 – 1; da 3:10.01 a 3:20 -2; da 3:20.01 a 3:30 – 3.0; da 3:30.01 a 3:40 – 4; da 3:40.01 a 3:50 – 5.0 e così via ( -1 punto o voto ad alzata di mano per ogni 10 secondi oltre i 3 minuti).

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1st TRIESTE INTERNATIONAL DRAMA SLAM

Trieste, 3 giugno, Teatro Basaglia, ore 20.30

è il format di un concorso letterario per drammaturghi e per coloro che vogliono diventarlo.

Il primo drama slam si è tenuto il 12 novembre 2007 all’Ensembletheater di Vienna.
Drama Slam vengono rappresentati a San Pietroburgo e Berlino.
Trieste è la prima città italiana a far parte del circuito internazionale http://www.dramaslam.eu.
Il primo drama slam italiano nasce sul Carso.

Il format prende spunto dal Poetry Slam, esteso all’arte drammatica e all’improvvisazione.
L’ASSOCIAZIONE NADIR PRO, in collaborazione con Trieste International Slam, format originato dal gruppo di poeti Gli Ammutinati, organizza la prima edizione italiana.
Il primo drama slam italiano si terrà domenica 3 giugno a Trieste, ed è parte integrante della rassegna Oh Poetico Parco, giunta alla quinta edizione. Si vuole rinnovare il tradizionale obiettivo aperto all’esplorazione del concetto di ‘poesia’ nelle sue accezioni contemporanee, attraverso il coinvolgimento di tutte le modalità artistiche, per offrire un’esperienza di condivisione nella suggestiva cornice del Parco di San Giovanni.
Gli appuntamenti di Oh Poetico Parco avranno luogo il primo weekend di giugno (venerdì 1, sabato 2 e domenica 3) presso il Teatrino ‘Franco e Franca Basaglia’ (via Weiss 13, Parco di San Giovanni, Trieste). La novità della rassegna è rappresentata dal tema: in concomitanza con il centenario dalla pubblicazione de “Il mio Carso” di Scipio Slataper, l’Associazione Nadir Pro ha in fase di realizzazione un progetto che comprende la pubblicazione di un libro d’arte con commenti fotografici ad una selezione del testo slataperiano e l’organizzazione e l’allestimento di un evento espositivo ad esso collegato, declinando così le espressioni di una terra, il Carso, il nostro Carso, nella poesia.
La rassegna è a libero accesso e si rivolge a tutti coloro che intendono avvalersi dell’occasione di trascorrere alcune ore meravigliose nelle miti notti del parco.

…Oh Poetico Parco è un progetto ideato e realizzato da Nadir Pro ( nadirpro.wordpress.com e ohpoeticoparco.wordpress.com). Di seguito il bando dello slam.

BANDO PER DRAMMATURGHI, ATTORI, GIURIA POPOLARE

DRAMMATURGHI
I drammaturghi devono inviare un solo testo che non superi, interpretato, gli 8 minuti in scena; il testo può essere ispirato dalle citazioni de “il mio carso” di Slataper.
I testi dovranno essere dialogici e drammatici.
I drammaturghi devono inviare una biografia di max 1000 caratteri spazi inclusi.
I due file (opera e bio) vanno mandati in formato word entro e non oltre il 18 maggio 2012 a triesteslam@gmail.com.
L’organizzazione sceglie da 3 a 5 testi da eseguire durante la gara serale.
L’autore dichiarerà di aver capito le regole del bando
I testi di autori stranieri sono ammessi, ma oltre allo scritto in lingua originale dovrà pervenire la traduzione in italiano.
I drammaturghi devono dichiarare via mail di aver ben compreso le regole, spiegate nel bando.
I drammaturghi devono altresì dichiarare via mail se hanno la possibilità di essere personalmente presenti alla serata del Drama Slam e dirigere gli attori. Nel caso non possano essere presenti personalmente, possono inviare un sostituto per le consulenze che riguardano la regia, altrimenti vengono scartati e si passa ad un altro testo nella lista di preferenze che la giuria ha stilato.

CASTING ATTORIALE
Gli attori interessati potranno inviare la loro candidatura sempre via mail a triesteslam@gmail.com unitamente a una biografia di max 1000 caratteri, entro e non oltre il 18 maggio 2012, prorogabile se la giuria riterrà di non aver trovato attori con forti capacità di improvvisazione. Ad aprile, se la giuria riterrà di aver trovato gli attori, potrà chiudere le selezioni, dandone comunicazione sul sito di Oh Poetico Parco.
Il 19 aprile si terrà un casting presso la Sala al pianterreno del Padiglione M (via de Pastrovich, 1 |d5/d6), all’interno del Parco di San Giovanni di Trieste nelle vicinanze del bar Posto delle Fragole; la giuria accoglierà le candidature e sceglierà gli attori per un laboratorio attoriale gratuito.
Ainfatti, al fine di garantire allo slam attori preparati, sarà attivato un breve laboratorio attoriale con Gualtiero Giorgini; al termine di questo percorso, la giuria selezionerà 2 attori e 2 attrici, nonché le riserve, secondo le modalità descritte successivamente.

GIURIA POPOLARE
Chi è interessato potrà iscriversi alla giuria popolare, spedendo una mail con “Oggetto: GIURIA” a triesteslam@gmail.com, entro il 25 maggio 2012; alla giuria popolare potranno iscriversi un massimo di 50 persone, accettando il regolamento delle votazioni descritto successivamente; le persone iscritte alla giuria popolare che non si presenteranno per confermare l’iscrizione e quelle che non parteciperanno a tutte le votazioni saranno squalificate.

SELEZIONE OPERE E CASTING ATTORIALE
I testi e gli attori saranno selezionati da un’assemblea presieduta dal regista e attore Gualtiero Giorgini. Altri membri di questa assemblea sono: Matteo Danieli (EmCee), Barbara Sinicco (regista e attrice), Daniela Sartogo (press office); Micaela Pini (socia di NADIR PRO), Christian Sinicco (EmCee, NADIR PRO), Ilaria Liparesi (socia di NADIR PRO), Luca Signorini, Beatrice Biggio (collaboratrice Fucine Mute Webmagazine – http://www.fucine.com), Luca Gabrielli (artista), Francesca Corrado (attrice) e Marco Spanò (Presidente di NADIR PRO).

I testi pervenuti saranno modificati esclusivamente per realizzare le copie da distribuire agli attori (2 uomini, 2 donne) durante lo show.

GIURIA POPOLARE E PREMI
I testi finalisti saranno giudicati da una giuria popolare; a ogni giurato sarà consegnata una cartella personalizzata; le schedine di votazione (3 per ogni opera) presenteranno i seguenti punteggi: 1, 2, 4; le schedine saranno inoltre contrassegnate col titolo dell’opera e con il nome del drammaturgo; presenteranno anche il nome e cognome del giurato, scritto a penna alla consegna della cartella.
Al termine di ogni rappresentazione, i presentatori o un aiutante passeranno con un urna (ne è prevista una per ogni autore) e il giurato potrà votare inserendo una schedina per opera. Nel caso un giurato non abbia partecipato anche a una sola delle votazioni, tutte le altre sue schedine saranno eliminate dalle urne. Infatti i punteggi dati da ogni giurato vanno sommati e decretano il vincitore della gara.
I premi o i cachet per scrittori e attori saranno definiti entro la scadenza del presente bando e pubblicati sul sito di Nadir Pro e Oh Poetico Parco.

COMPOSIZIONE DEL TEAM ATTORIALE:
Il basic-kit attoriale è composto da 4 persone, 2 maschi e 2 femmine, che differiscono in appeal e struttura del corpo.

LA SCENA
Lo spettacolo viene allestito su un palcoscenico teatrale comune (presso il Teatro Basaglia all’interno del Parco di San Giovanni), con camerini per gli attori e platea esterna per il pubblico – in caso di pioggia, il palco interno. Nelle prime file si sistemerà la giuria.

La scenografia di Luca Gabrielli, presenta:

uno sfondo statico (in tela libera) riportante una composizione di segni e forme rappresentante archetipi costruttivi rurali immersi nella natura del Carso (riferimento agli artisti Lojze Spacal http://spacal.net/eng/index20.htm e Avgust Černigoj http://museums.si/Artists/details/21);

un elemento centrale retroproiettabile, raffigurante un blocco di pietra calcarea dalle forme complesse. La retroproiezione consisterà in un video d’animazione realizzato in stop motion;

un insieme di elementi scenici flessibili (in tutto quattro) utilizzabili sia come piani di appoggio (es. scranni, tavoli, su cui possono poggiare bicchieri, bottiglie, snack) sia come oggetti liberamente interpretabili.

Nel suo insieme la scenografia vuole rappresentare un “paesaggio interiore”: una geografia di simboli ed immagini.


CITAZIONI DA “IL MIO CARSO” DI SCIPIO SLATAPER:

l’assemblea guidata da Gualtiero Giorgini selezionerà sulla base di alcuni elementi (parole/concetti/immagini) del libro di Slataper riscontrabili nei lavori pervenuti:

Il nostro giardino era pieno d’alberi. C’era un ippocastano rosso con due rami a forca che per salire bisognava metterci dentro il piede, e poi non potendolo più levare ci lasciavo la scarpa. Dall’ultime vette vedevo i coppi rossi della nostra casa, pieni di sole e di passeri. C’era una specie di abete, vecchissimo, su cui s’arrampicava una glicinia grossa come un serpente boa, rugosa, scannellata, torta, […] Il fiore del glicine ha un sapore dolciastro-amarognolo, strano, di foglie di pesco e un poco come d’etere.
*
Vorrei dirvi: Sono nato in carso, in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo.
C’era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la ipova, canaletti di succo brunastro.
Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia, nella grande foresta di roveri. D’inverno tutto era bianco di neve, la porta non si poteva aprire che a pertugio, e la notte sentivo urlare i lupi. Mamma m’infagottava con cenci le mani gonfie e rosse, e io mi buttavo sul focolaio frignando per il freddo.
Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie crocidanti. Mi buttavo a pancia a terra, sradicavo una barbabietola e la rosicavo terrosa. Poi son venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l’italiano, ho scelto gli amici fra i giovani più colti; – ma presto devo tornare in patria perchè qui sto molto male.
*
Amo la piova pesa e violenta. Vien giù staccando le foglie deboli. L’aria e la terra è piena di un trepestio serrato che pare una mandra di torelli. L’uomo si sente come dopo scosso un giogo. Ai primi goccioloni balzo in piedi, allargando le narici. Ecco l’acqua, la buona acqua, la grande libertà.
L’acqua è buona e fresca. Invade ogni cosa. La pietra se ne inumidisce bollente. Se si mette il dito nell’umidiccio intorno ai fusti, si sente come le radici la poppano. Tutte le vite in patimento
respirano libere.
Perchè la terra ha mille patimenti. Su ogni creatura pesa un sasso o un ramo stroncato o una foglia più grande o il terriccio d’una talpa o il passo di qualche animale. Tutti i tronchi hanno una cicatrice
o una ferita. Io mi sdraiavo bocconi sul prato, guardando nell’intorcigliamento dell’erbe, e a volte ero triste.
*
Io sono nato nella grande pianura dove il vento corre tra l’alte erbe inumidendosi le labbra come un giovane cerbiatto, e io l’inseguivo a mani tese, ed emergevo col caldo viso nel cielo. Lontana è la patria; ma il mare luccica il sole, e infinito è il mondo di dà del mare
*
Il monte Kâl è una pietraia. Ma io sto bene su lui. Il mio cappotto aderisce sui sassi come carne su bragia; e se premo, egli non cede: sì le mie mani s’incavano contro i suoi spigoli che vogliono
congiungersi con le mie ossa. Io sono come te freddo e nudo, fratello. Sono solo e infecondo.
Fratello, su di te passa il sole e il polline, ma tu non fiorisci. E il ghiaccio spacca in solchi dritti la pelle, e non sanguini; e non esprimi una pianta per trattenere le nuvole primaverili che sfiorandoti passano oltre e vanno laggiù. Ma l’aria ti abbraccia e ti gravita come grossa coperta su maschio che aspetti invano l’amante. Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora. È il tuo respiro, fratello gigante.
*
Penetro con le dita spalancate nell’acqua del mare, come tra i capelli morbidi e resistenti d’una donna; e m’arrovescio sulla superficie a riposarmi. Le piccole onde sbattono mormorando al mio
orecchio, come il cuore della donna all’amante che riposa su di lei.
Allargo lo sguardo: e il mare s’increspa sotto il sole. La sua anima è quieta e serena, ed egli si stende sulla spiaggia soffice e si culla cantandosi piccole parole; e cerca con dita di bimbo le
conchigline e i granchietti fra la ghiaiola della riva.
*
Mi riposo sul mare. Passano sul cielo bianche nuvole e migrano. Se sollevo un poco la testa vedo tremare gli ulivi di Muggia: nientt’altro. Il riposo è grande e infinito. Una barca apre lenta la vela, si sbanda leggermente, e esita. Poi va, raccogliendosi il poco vento. Io sono qui, portato dallo smuoversi lento dell’onde increspate.
E il mare mi porta lontano dove io non veda altro che mare e cielo, e tutto sia zitto e pace. Apro la bocca e fra i denti mi scorre l’acqua salsa, e il corpo si lascia calare lentamente nel mare.
*
Ho voglia di cose lievi,
dove mi conduce un volo
di rondine, l’orecchio
sfiorandomo. Il sole è tiepido
come guancia adolescente.
Camminando leggermente
vado verso a bianchi meli.

Lunghesso la strada
un ramo d’olivo
il volto mi tocca.
Cose fresche! Rose
gonfie di rugiada;
erba su d’un rivo.
Ah se potessi
baciar la tua bocca!
*
Il notturno sogno dei fiori si disperde come la rugiada della prima alba lo tocca. Eppure volentieri io sentirei le tue labbra sui miei occhi quando la mattina penso così dolcemente.
*
Andiamo per i prati senza sentieri, perchè oggi un tiepido sole ci carezze le palpebre. Camminiamo lungamente, godendoci il sole invernale e le piccole viole fra le foglie dell’edera sparsa sul suolo.
È un giorno che l’anima è portata in alto dal proprio fiato. Se respiriamo, lasciamo bianca, vaporosa traccia di noi nell’aria. Andiamo ancora avanti un poco, dove il sole scalda il tronco del bianco platano, e poggiamoci la fronte leggera. Sotto ai piedi fruscia l’erba nuova, mentre andiamo tenendoci stretti per mano e guardando tra le ciglia.
*
Il carso è un paese di calcari e ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e licheni, scontorti, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.
Lunghe ore di calcare e di ginepri. L’erba è setolosa. Bora. Sole.
La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato. Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sè tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri da centomila.
*
Ho ritrovato il mio carso in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno d’andar lontano.
Camminavo spesso, lento, alle rive per veder la gente che partiva. Studiavo l’orario dei piroscafi lloydiani, e se avessi avuto qualche centinaio di corone sarei andato in Dalmazia, a Cattaro, e poi mi sarei arrampicato su fino a Cettigne, poi chissà? nell’interno della Croazia dove c’è boschi immensi e bisogna cavalcare lunghe ore per arrivare a una casipola di legno bigio.
*
Carso, che sei duro e buono! Non hai riposo, e stai nudo al ghiaccio e all’agosto, mio carso, rotto e affannoso verso una linea di montagne per correre a una meta; ma le montagne si frantumano, la valle si rinchiude, il torrente sparisce nel suolo. Tutta l’acqua s’inabissa nelle tue spaccature; e il lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, gli occhi vacillano nell’inferno d’agosto. Non c’è tregua.
Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso.
*
Noi vogliamo bene a Trieste per l’anima in tormento che ci ha data. Essa ci strappa dai nostri dolori, e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute. Essa ci ha tirato su per la lotta e il
dovere. E se da queste piante d’Africa e Asia che le sue merci seminano fra i magazzini, se dalla sua Borsa dove il telegrafo di Turchia e Portorico batte calmo la nuova base di ricchezza, se dal suo sforzo di vita, dalla sua anima crucciata e rotta s’afferma nel mondo una nuova volontà, Trieste è benedetta d’averci fatto vivere senza pace nè gloria. Noi ti vogliamo bene e ti benediciamo, perchè siamo contenti di magari morire nel tuo fuoco.
*
Ah, fratelli come sarebbe bello poter esser sicuri e superbi, e godere della propria intelligenza, saccheggiare i grandi campi rigogliosi con la giovane forza, e sapere e comandare e possedere! Ma
noi, tesi di orgoglio, con il cuore che ci scotta di vergogna, vi tendiamo la mano, e vi preghiamo d’esser giusti con noi come noi cerchiamo di esser giusti con voi. Perchè noi vi amiamo, fratelli, e
speriamo che ci amerete. Noi vogliamo amare e lavorare.

LO SPETTACOLO
I presentatori (EmCee) dopo aver salutato il pubblico e spiegato le regole, fanno estrarre i testi in gara al pubblico, leggono ad alta voce i titoli e il nome e cognome degli scrittori, assicurandosi che il pubblico e la giuria popolare li abbiano sentiti. Spiegano brevemente i contenuti dei drammi. Un presentatore o un assistente dei presentatori è responsabile del cronometro, altri due assistenti terranno la lista dei giurati e svolgeranno le pratiche di scrutinio.

I testi da interpretare vengono “pescati” in modo casuale da parte di membri del pubblico che non siano in giuria, uno dopo l’altro, durante la manifestazione. Sono contenuti in plichi senza nome (Quindi gli attori vedono i testi per la prima volta e i drammaturghi/registi non hanno in nessun caso la possibilità di prepararli prima della gara, non essendoci un ordine prestabilito per le interpretazioni).

Ogni regista/drammaturgo, ha 2 minuti di tempo per assegnare le parti e per introdurre il pubblico, con l’ausilio dei presentatori, alla messa a punto del suo testo. Gli attori sono autorizzati a dare consigli al regista/drammaturgo.
Il regista/drammaturgo decide anche se le didascalie siano lette ad alta voce o semplicemente “silenziate”.
Dopo 2 minuti il regista/drammaturgo deve lasciare il palcoscenico, e gli attori hanno 8 minuti di tempo per eseguire il testo che hanno tra le mani per la prima volta (si tratta, in pratica, di una prima lettura).
Il regista/drammaturgo non prende parte all’interpretazione del suo testo.
Durante la performance il regista/drammaturgo ha la possibilità di fare un minuto di TIME-OUT, apportare modifiche alla regia, cambiare i ruoli, far saltare parti del testo o qualsiasi altra cosa venga in mente. Cambiamenti e eventuali note di regia saranno comunicate agli assistenti dei presentatori, che possiedono copia dello spartito originale, trattandosi di decisioni di regia.
Dopo 8 minuti cronometrati la performance attoriale viene interrotta.

Al termine della rappresentazione i presentatori, i loro assistenti e il pubblico, discuteranno brevemente della realizzazione. Sarà compito dei presentatori migliorare il processo democratico nel corso della serata, affinché ogni voce sia ascoltata e ogni voto del pubblico risulti il più possibile giusto, rispetto le performance ascoltate. Può accadere infatti che le prime esibizioni non siano ben giudicate, poiché la giuria popolare non sa come si vota, è fredda, e si entusiasma successivamente.
Dopo questa, comunque breve, analisi, si vota, secondo il procedimento spiegato in precedenza.

Il Drama Slam è considerato un formato open source e potrebbe esser eseguito in tutto il mondo in qualsiasi lingua. Gli organizzatori vogliono indicare il “codice sorgente”, cioè lo slam viennese: un ringraziamento va a Jimi Lend, il suo primo organizzatore. Si vogliono ringraziare i soci di Nadir Pro che hanno fortemente voluto organizzare lo Slam.

IL VOLO DEL CALABRONE

Un progetto di poesia performativa
(postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Battello stampatore, 2008)

Testi di:
Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco.

Per ordinare il libro: Battello Stampatore – via Rismondo, 14 – 34133 Trieste – tel 040 761954 fax 040 3474448 e-mail: tipografia@adriatica.191.it

Dalla nota dei curatori:

[…]

Pubblicare l’ennesima antologia non è di certo un esercizio di sopravvivenza, né per chi l’ha scritta, né per chi la leggerà. Il motivo che ci ha spinto a pensarla e a realizzarla è un altro: ci è parso di individuare nella poesia degli ultimi anni due tendenze, se non dominanti perlomeno più aggreganti rispetto alle altre: da una parte un sostanziale arretramento della lingua poetica a bisbiglio prosastico, privo di ritmo, di musicalità; dall’altra parte invece un rinsaldarsi delle posizioni post-avanguardiste attorno a una lingua experimentum, la quale a volte si ri-metricizza rigorosamente, a volte si fa canto, a volte si struttura quasi a simulare il rap. Non stiamo affermando che questi siano i filoni maggioritari o più importanti, sosteniamo soltanto, basandoci sul dato empirico delle nostre esperienze, che a noi queste due linee sembrano oggi nell’atto di venir marcate con più forza, anche grazie a riviste, case editrici, siti internet, blog e festival che prediligono più dichiaratamente l’una rispetto all’altra. Postulata tale visione come base del nostro ragionamento, a noi sembra che manchi l’attenzione verso la linea o l’incrocio di linee che ricercano una zona mediana tra le due sopracitate: un limbo in cui la parola riesca a stare, come un equilibrista, in bilico tra ricerca di senso, costruzione di una visione del mondo e ricerca metrico-prosodica (anche in direzione di nuovi spazi metrici) senza che nessuna di tali tensioni si sacrifichi per far spazio all’altra. Consci della pericolosità del nostro dire, non ci azzardiamo avanti in disquisizioni teoriche che potrebbero ricordare la prosopopea di certi manifesti del passato. Qui non vi sono proclami. Ci siamo sforzati di immaginare quella zona mediana, dopodiché siamo andati alla ricerca di coetanei (nati dopo il 1970) che a nostro personale modo di vedere possano rientrare in quella zona, quindi abbiamo chiesto loro di spedirci dei testi che a loro modo di vedere potessero rientrare in quella zona, infine abbiamo selezionato i loro testi cercando di farli stare nel cuore di quella zona il più possibile. Et voilà: ecco – sarà un caso? – un gruppo di autori che sa anche performare i propri testi!

Il calabrone vola tenendo come rotta la linea che taglia in due parti uguali (ma non per forza superfici fatte solo di angoli retti) quella zona mediana. Il calabrone simboleggia la parola carica di senso e di vitalità che crepitando/risuonando tiene la rotta senza abbandonarla mai: un calo del battito vorrebbe dire caduta/morte, la mancanza di una meta verso la quale volare genererebbe titubanza, cioè temporeggiamento, cioè caduta/morte.

[…]

(sopra, particolare della copertina: disegno di Ugo Pierri)

Breve antologia


Dome Bulfaro
da Reperti Contatti Ictus

CARNIFICAZIONE
contatto n° 0

Mai immaginato avrei mai mai che il naso
un giorno avrebbe offeso l’occhio, l’occhio
nel vuoto avrebbe paralizzato i suoi tic
mai immaginato avrei mai che quei denti
potessero ringhiare alla propria mano, la mano
destra un giorno accoltellasse la sua sinistra
mai immaginato avrei l’anima mia finisse
per sgusciare la sua testa, la testa
un giorno si sarebbe scontrata con le ginocchia
mai eppure è successo che il corpo di tutti
s’issasse sulla croce con le sue stesse vene, le vene
blu di ogni uomo votassero il proprio collasso!
le vene blu di ogni uomo votassero il proprio
collasso! il blu d’ogni uomo votasse: collasso!

DEPOSIZIONE DELLA SCHIENA
contatto n° 29

Poi mi stacchi dal cielo adagi ciglia
con le nocche penzolanti sui denti
riposo in braccio al bacio di mia madre
che mi culla su fette di pane, apri
la bocca e m’inghiotti nel seno, mai
mi vedi per così: coi bulbi senza
tuorlo, mentre trascinano il mio sguardo
che la fissa incurante delle buche
e del suo strazio che m’inzuppa il viso.
Inarchi gravidanze nella zanna
fuori dal grembo intagli urla neonate
e ora come un ponte con le costole
fratturate, la inghiotto nel mio torace
privo di polmoni con le sue urla
ancora vive soffocate a mucchi
– ora ti comprendo! – ci rinfacciamo
schiena contro schiena il mio schianto al suo
schiena nella schiena il mio spiro il tuo

E mi chiedi come distinguo la fine
non all’ultima poesia o al punto o a capo
la fine d’un libro si mostra quando
la schiena all’orizzonte schiuma, mai
mi trovo all’altezza quando bussi entri
nella carne mi dici che sei morto
su due piedi dai la schiena sprofondi
sordo esci di scena da me vorresti
sorrisi invece piango più per me
che per te – dei topi ho ancora paura –
resta! le mie chele ficcate in gola
resta! il mento che ti affonda la schiena
– così ci si uccide due volte – ad ogni
costo trattenersi non accettare
che la tua vita non sia mia, né sia
mia la mia, nella fine nessun bene
viene sottratto ma in terra rinasce
un seme, tu io dormienti tra due schiene


Silvia Cassioli
da Alla dottoressa M, per un’analisi

lottavo nella fazione di quelli che quando non mangiavano la carne volavano
contro ai mangiatori di carne veri e propri riconoscibili per gli orecchi a forma di missile, quando
il capo fazione avversario riusciva a liberarsi i piedi che gli avevamo legato con un laccio e a quel punto
il tentativo di golpe nemico riusciva e bisognava scappare lungo
i corridoi di Palazzo, genericamente fatti a scale che portavano nel fondo
di questo Palazzo, un buco di stanzino dove ci dormiva dentro sopra a un panchetto
la Volpe (il Gatto l’avevamo visto prima, in un’altra stanza)
e cosí bisognava trovare un’altra via di uscita, un altro varco oltre le Grandi Mura
e questo sempre volando basso ma sempre troppo piano
con l’elica che girava sí ma sempre troppo lenta.

***

c’era una sirena che gridava, un allarme.
un muletto che suonava, in retromarcia.
una macchina che andava, piano.
un camion che si ribaltava, completamente.
noi che correvamo sui tetti, i soliti.
mia madre che trovava il suo posto assegnato, al cinema.
numerose le susine che negli alberi, maturavano.
numerosi gli uccelli che nel frattempo, volavano.
altri che cercavano e becchettavano, le briciole.
sotto ai cespugli delle rose, negromanti.

Matteo Danieli da Genetica della stanza

The House Wedding poem
To Philip Larkin
and the Whitsun Weddings

Mi chiedo: sono qua, tesoro
Vivo, respiro, mi tocco, ci sono
E mi sembra che tutto quanto, le quante cose
Siano al loro posto impiegabili
Ordinate, attese e presentabili
Come lo sono sempre state
Tutte le cose, nella stanza.

Sono qua, la musica va
Chebrando i portanti, rasente a quei muri
A questi ora, a quelli ancora
Come fiutando il presagio o più sornionamente
Languendo nell’aria alla modica
Distanza, da quelli che sono gli esclusi.

Sono qua tesoro
Placido come nunca mi hai visto
Nel recinto di cemento della mia sola scrittura
Scrutandomi, seguendo quell’altro mio essere
Disteso, in piedi, seduto, disteso
Mentre mi sembra il sole abbia toccato
Già quindici volte il punto più estremo.

Ma non può essere passato così tanto tempo.
Eppur è vero: reminiscenze di quella
Che una volta chiamammo la storia
Nostra, si gonfiano nella mia testa, si sgonfiano.

E’ triste sapere come
Sia la dimenticanza a rendere tese le cose
Nella mia stanza; e mi chiedo quanti uomini furono eletti
Prima che il parroco facesse il mio nome
Chiamandomi interprete della memoria
Facendomi onore del gesto
Che non è rimasto.
Che casa.

Das Nachtasyl poem

in questo nachtasyl
in questa notte la vita sembra stanca
in questa notte di sussidiari immobili
stelle.

Le case o meglio gli edifici strutturati
come case, come archivi della lunga gestazione
dalla finestra questa notte appaiono
da una finestra non più vasta di un’icona

da una finestra questa notte appaiono le cose
strutturate come archivi della lunga gestazione
icone, i disegni d’un interruttore
d’una presa
d’un muro d’una casa
d’un tratto d’una strada
che portava le parole del commercio
e tu giacevi nuda sul mio letto
d’una camera d’albergo Ninotte, ieri
semiaddormentata, fintaddormentata, onda,
trave, pesce e galleggiavi, trasmutante silenziosa
buia sul mio letto nella stanza ed eri
e un azzurro intenso sanciva il nostro gelo.

Luigi Nacci da S

Bewerber

Dirottiamo aeroplani di carta nei giorni di vento
Tramontana ci porta lontano e maestrale ci impenna
Nella stiva fa freddo si ghiaccia si gelano gli occhi
Non si vedono piste e non sono previsti atterraggi
Ci copriamo con pacchi-lenzuola e con coltri-bagagli
Incrociamo gli sguardi ma senza azzardarci a parlare
Che l’ossigeno è poco e il pensiero si ossida presto
Ci conforta il reattore che sparge potente il suo canto
Ed è come l’apnea delle prime nuotate in piscina
O la faccia contratta nel vetro del treno che parte
Ci mettiamo a soffiare a soffiare pensando alla luna
Si potesse saltare aggrapparsi coll’unghie a dei cirri
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole

A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le ruspe e arrivano i becchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi

Con le bombe facciamo palleggi di testa di piede di mano
Piroette sgambetti e passaggi fin quando non cade per terra
È un saltare di dita che pare la festa del primo dell’anno
A ciascuno il suo scoppio a ciascuno il tripudio di fuochi che spetta
Come stelle filanti le dita ricadono ognuna al suo posto
Ci si stringe le mani e stringendo si aspetta che faccia mattino
Zoppicando torniamo alle nostre baracche con meno coraggio
E c’è sempre qualcuno che arriva e controlla e ci conta e ci dice
Che nel campo si tace si dorme si muore anche il sogno è proibito
Siamo scorie eccedenze rovine del tempo robaccia che brucia
Riciclarci per cosa e per chi riciclarci per fare che cosa
Mentre grida ha negli occhi decine di metri di filo spinato
Col suo filo faremo una fune che sale alla volta celeste
Poter dire una volta di avercela avuta la testa fra le nuvole

A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni
Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi
Liberatutti canticchiano le bombe e sparano i cecchini
Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi

Anwarter

Ci areniamo in scogliere e carcasse di mostri marini
Incagliati restiamo in attesa dell’altra marea
C’è chi pesca chi prega chi parla alla stella polare
Le sirene non sprecano colpi di coda per noi
Dalla costa si levano gridi e segnali di luce
Il guardiano del faro fa segno di andarcene via
Pescecani pirati pattuglie di guardia costiera
Quanti denti ha lo squalo ed è fiero di farli vedere

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia

Le scialuppe si calano a mare e si mettono in salvo
Con i remi si accendono fuochi che scaldano i visi
Ci affidiamo spaesati al timone e alla sua buona sorte
Lo scirocco ci spinge si suda e respira a fatica
E nel sale che satura l’aria si pensa alla casa
Alle cose lasciate sull’uscio e i saluti di rito
Ma fra tutte le cose soltanto la terra non torna alla mente
Sbrana un uomo lo squalo ed è fiero del sangue che sparge

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali

Camminare sull’acqua debilita stinchi e caviglie
In colonna si marcia evitando le onde più grandi
Terra in vista è la frase che ognuno vorrebbe strillare
Sotto il sole si spargono i corpi di piaghe e miraggi
Come giona a decine si lasciano andare nei flutti
Rifugiati nel ventre dei pesci pensiamo alla casa
Elicotteri navi e plotoni di guardia costiera
Dalla terra si parte e alla terra faremo ritorno

La frontiera si staglia di fronte le cose e le taglia
In due volti due sguardi due modi di batter le ciglia
Una volta tagliate le cose sviluppano forme parziali
Si allontanano l’una dall’altra laconiche ortogonali

Adriano Padua da RADIAZIONI (buio/luce/corpi)

composto in geometrie che il vuoto ne determinano
il buio incessante s’espande a creare contrasti cromatici oltre
atroce del cielo i colori distrugge e sovrasta e le linee ritorce
divelta la luce dai corpi nei quali s’inarca e visibili apre le crepe

la quiete è terribile e ferma è un gendarme
presidia le strade sconnesse e le case
le frasi che in bocca di niente non sanno
le cose rimaste così come stanno

gli squarci si formano enormi nell’aria spaccata che tende a rapprendersi
schierarci ci serve soltanto ad avere e esibire un inutile alibi
saremo noi stessi nei nuovi massacri a venire le prede e i carnefici
per questo dobbiamo comunque provare a nasconderci senza esitare
ma addosso rimane per sempre l’odore del sangue e il rumore che siamo
e dunque salvarsi non sembra per niente possibile almeno per ora

*

la luce accumulandosi riverbera se stessa nei rottami
vibrando traccia il segno che scandisce della notte il movimento
è un elemento intermittente di silenzio e suono a saturare l’aria
fluido come un respiro muto a stento trattenuto sopra le parole
che hanno un sapore assurdo e ruvido di ossido e di ruggine residua
e un non sopito impulso a consumarsi nei resti d’ossigeno impuro
insinuando intorno stati di tensione e su di noi stringendo
la presa dei morsi dell’ansia che lasciano segni profondi nei corpi

comincia il ritorno del viaggio e bisogna voltarsi e fissare
lo sguardo nel prossimo buio da dove deriva ogni gesto il suo termine
con gli occhi sgranati e rivolti nel verso di questo possibile abisso
soltanto adesso apparso a cancellare le ombre torbide

Luciano Pagano

sentiero interrotto

dov’è che ho perso tutti i miei frammenti,
particole di derma su cuscini sfiorati
consunti e loro parti come nastri
come pagine bende e poi per esse
comunicando postriboli
di questi testi rammendati forse,
dov’è che ho perso un fuoco dell’ellisse
s’è imbrogliata, s’attorce,
e lì che mi hanno preso
qualcosa le parole che hanno tolto
da quel cielo, oh fratello, oh fratello, mi dice
come sopra, non trova e incespica
oh la pietra
il suo diesis corrotto, dov’è – perché ripete –
immanuel è crepato, kant lo segue
in un’orrida buca senza fiato
budello in la stagione del sintagma
con tutte le aporie mentre mi piove
e che pioggia piove, oh fratello:

resisti.

Omen.
Nomen.

acqua

raccoglimi qui dove l’abbandono,
semplice chiodo,
gioia di quel declino appena scritto
si sia disfatto al chiaro di mattina.

Terrò le corde tenere sul ritmo,
rimerò il timbro chiaro di freschezza,
coltiverò l’aceto della vigna:

finto nel grado zero di comunicazione
terso dalla condanna

[…]

il nero della terra giù nel catino
la sabbia, asciutto il viso calmo che lavato, penso,
illusa acqua che bagna: è solo acqua.

Acqua, Pilato.

Furio Pillan da Del tempo e di altre invenzioni

contemporamoreneità

accanto al tuo corpo il mio tempo rallenta
altrettanto fa il tuo.
Tra gli atomi d’aria che urtano il timpano
quando dico ti amo
ce n’era qualcuno che era parte di me
e del mio sangue del mio respiro
di quella voglia matta che ho
di rotolare nell’erba
di fare all’amore
di morire in battaglia
di cuocere il pane.
Come fa la Terra con gli orologi
è il tuo corpo a rallentare il mio tempo
a renderlo schiavo
ad attirare il mio aratro lungo il sentiero
di una geodetica immateriale
a curvare lo spazio delle emozioni
lontano dal me che ero prima del viaggio
in discesa verso di te
verso la proiezione di me dentro di te
verso il punto – te.
E poi stretti senza parlare
senza respiro
senza alcun moto relativo
perché la contemporaneità è propria
solo delle parti di un unico corpo
meglio se infinitesimo e non roteante.
Il tempo degli uomini ha un senso
solo in quell’attimo dopo l’amplesso
perché è finalmente lo stesso
perché non esiste nella stessa misura

ballata dell’amor relativo ( ristretto )

io posso viaggiare nel tuo futuro
angelo mio dalle ali di vetro
perché un giovane prima di me
rubò le ceneri del fuoco sacro.
Potremmo fare l’amore oggi, adesso
e concepire il nostro piccolo
universo di carne.
L’uovo da cui nascerà
è la sola immortalità che ci è concessa
e tu saresti felice quanto solo una donna
è capace.
Ma non sarà per quel dono di uomo
che farai crescere dentro il tuo grembo
che tu chiamerai con un nome
che mi convincerai a restare

la mia paura è immensa

un anno alla velocità media di 259.807,62 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
posso partire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
il nostro bambino avrebbe due anni
avrebbe imparato a dire papà
avrebbe negli occhi il riflesso
degli occhi del padre che mille pianeti
ha rubato dal sacco di dio

un anno alla velocità media di 293.938,77 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
tornerei con un mazzo di stelle comete
per chieder perdono,non vedrei le tue rughe,
scaverei il tuo corpo di donna per l’ultima volta
colpirei la tua superficie lunare
con baci asteroidi e lasciandoti il segno

un anno alla velocità media di 299.624,77 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
il nostro bambino avrebbe vent’anni
terrebbe per mano una bella ragazza
detesterebbe le mie quattro poesie.
vorrei solo per lui che studiasse
e conservasse una qualche utopia

un anno alla velocità media di 299.833,29 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
ti chiederei di sposarmi
accetterei il silenzio come risposta
poserei sulla fronte un anello
rubato a Saturno sulla via del ritorno.
Saresti bella come una stella

un anno alla velocità media di 299.939,99 km/sec

io posso viaggiare nel tuo futuro
potrei ripartire e tornare fra un anno dei miei
se solo fossi abbastanza veloce
troverei un vecchio accanto alla tomba
con in mano dei fiori e nell’altra
dell’acqua perduta dagli occhi
cercherei un abbraccio ma egli direbbe
non può esistere un figlio più vecchio del padre

posso viaggiare nel tuo futuro
se solo avessi abbastanza energia
turbine a vapore di antimateria
migliaia di soli come operai
a spremere luce nel mio motore
ma si viaggia nel tempo solo in avanti
e un poco di lato, all’indietro è impedito
da una radice vestita da vigile-dio

posso viaggiare nel tuo futuro
ma non nel mio
e continuo ad avere un’ immensa paura

Silvia Salvagnini da la storia della gomma

tu sei il in terra
dopo la morte dopo la guerra
il mio vita di prima ritrovato
tu sei così il dal passato ritrovato
il che si prega di ritrovare
dopo la fine dell’ in terra individuale
dopo lo sgretolamento cellulare
sei il filo lanciato
il coriandolo
che ha attraversato
la velocità della luce
la morte/ del fiato.

*

siamo famigliapetalo scoppiato
un laccio slacciato
queste solitudiniappartamenti
siamo ci di noi dimenticati
siamo qualcosa che non piange
ma piange in di tutti i giorni/ tutti/ i fiati.


Christian Sinicco
da Ingegneria dei materiali

Ci sono attimi come perderti
dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia
hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?
Dove le strade sarebbero state non guardasti

la pioggia,
quale fosse il giorno, la goccia
dove questa convulsa e luminosa corsa allunga
dove sfogli la pagina, soffiando

come in uno specchio, sopra i detriti
camminando nelle pozzanghere, qualsiasi fango sbricioli
e chiunque non abbia mai pensato
sui vetri opachi …

I segni non cancellano,
il materiale le cui infrante labbra appoggi non è tuo,
l’hanno truccato. La storia, i battiti
elettrizzano l’aria, la gravità

sostituita con qualsiasi cosa. E quale carta hai scelto?
Questa, il braccio che le conficcasti, è un cuore.
Qualcosa di forte
si ferma,

continua a piovere dove sei, continua a piovere.
Sapremo mai cosa c’è oltre
dove non sei più invisibile
di ciò che stringi?

***

Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti.
Forse hai seguito la sua cronaca,
i mattoni esplodere sulle abitazioni, i volontari
e a centinaia l’alternarsi … il cane abbaia,

ma la confidenza è rossa; ieri
respiravamo senza aprire labbra al non ancora, lanciato
in avanti… Nei corridoi
pieghe di materia difficile da lavare, petali forati

e lettere dall’invisibile, volti,
pezzi della tua infanzia… I graffiti? Una teoria, la nostra
prima di flettere, con i passi
sulle pareti recidere il ventre

-dove slacciano gli organi, anche le definizioni percuotono
noi, sigillati al muro, emozione o vuoto,
esplorazione senza fine, occhi
chiusi. Questa stanza senza più ricordi

e alle sue finestre una corda: tirala,
le piogge allagheranno piano le lenzuola, i palazzi
inclinano già, annegano con paura…L’umanità, il domino?
Le sonorità che non sai

e non puoi tornare com’eri perché
L’architettura non sarà il riflesso dell’inevitabile,
perché se si aprissero le case e lo spazio fosse la nostra capriola
vedresti la profondità. I chilometri del nero

dall’altra parte della strada tra le stelle
hanno grida? Un padre
bestemmia ai suoi figli
al piano di sopra: le grida

le hanno strappate ai silenzi,
abbattute le porte.

TRIESTE INTERNATIONAL SLAM

Trieste International Slam, è un progetto nato da GLI AMMUTINATI, uno tra i gruppi di poesia più conosciuti in Italia e associazione che da novembre 2013 ha cambiato nome in LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, unendo la quasi totalità delle scene dello slam italiano. Dal 2009 al 2014 il Trieste International Poetry Slam è stato inserito all’interno del programma di “Trieste Poesia”, festival organizzato da CLUB ANTHARES, che purtroppo è stato soppresso per mancanza di fondi. Grazie a NADIR PRO, lo slam si è aperto nel 2012 al nuovo format dedicato al teatro e alle sceneggiature brevi: si è tenuto infatti il 3 giugno 2012, presso il parco di San Giovanni – Ex Opp e all’interno della rassegna “Oh poetico parco”, il 1st Trieste International Drama Slam, in accordo con le regole del Drama Slam Europeo- http://www.dramaslam.eu, alla presenza del suo fondatore Jimi Lend.

slamIl Trieste International Poetry Slam è lo slam internazionale di poesia più “antico” del suo genere in Europa, e nonostante ci siano competizioni importanti, come in Francia la Coppa del Mondo o la finale del Campionato europeo, questo slam ha per l’Italia un significato particolare… Nell’unione delle nostre voci poetiche a quelle internazionali il team de “Gli Ammutinati” ricerca con attenzione modelli e novità, e si può dire dunque che le selezioni a cui i poeti sono sottoposti si nutrono anche di presupposti critici, non sono solo espressioni della poesia di un territorio o di una regione (funzione che è assolta benissimo dal campionato italiano organizzato dalla stessa LIPS che, ricordiamolo, è nata al Caffè San Marco il 30 novembre 2013 in occasione dell’VIII Trieste International Poetry Slam), e a tal fine vengono invitati quattro (4) poeti, due italiani e due stranieri, che poi gareggiano con due (2) poeti provenienti dalle selezioni, a cui tutti possono partecipare. Statisticamente il 30% dei poeti giunti dalle selezioni ha poi vinto lo slam, che ha anche il significato del grande interesse che suscita questo slam che richiama spesso i migliori poeti in circolazione anche solo per le selezioni, nutrendo di qualità diverse la competizione finale.  Lello Voce, che ha il merito di aver portato in auge la pratica del poetry slam nel “bel paese”, ha definito lo slam di slam3Trieste, gli “Internazionali”. L’intento degli “Internazionali di Poesia d’Italia” è certo la ricerca dei migliori poeti e performer, e senza trascurare le questioni legate a oralità e leggibilità, i componenti del team de Gli Ammutinati osservano con interesse i processi di formazione delle opere, dalla produzione giovanile a quella dialettale, non solo in lingua italiana, e si interrogano su ciò che i poeti hanno da dire sulla società, questioni di rilevanza sociale e formatività che auspichiamo possano nutrire la critica della poesia, e il suo rinnovato publico.

La formula del poetry slam
Dopo le selezioni che precedono lo slam, in accordo con le regole della LIPS, la formula che il poetry slam utilizza nella serata conclusiva è un doppio girone di lettura, più la finale tra i primi due classificati. Nei due gironi di lettura i sei (6) poeti finalisti vengono votati da parte di due giurie estratte a sorte tra il pubblico, una per la prima manche e una per la seconda manche. Nella prima manche il turno di lettura è deciso da un’estrazione; nella seconda manche, dopo che la giuria è stata cambiata, a partire è il poeta che ha realizzato il miglior punteggio nella prima manche. I giurati, nel numero di cinque (5), hanno a disposizione delle cartelle recanti i voti da 1 a 10 (l’Mcee deciderà se includere o escludere i decimali). Durante ogni votazione, il voto più basso e il voto più alto vengono esclusi. I punteggi vengono sommati al termine dei due gironi/manche,  decretando così il quadro della finale, dove il pubblico vota ad alzata di mano o con l’applausometro.
Il tempo inizia a partire da quando il poeta prende la parola. Le penalità: a partire dal primo secondo dopo la scadenza del tempo concesso ai poeti.

Nel 2005 la kermesse poetica si è svolta allo storico Caffè San Marco. Nel 2006 si è svolta in estate, presso il Parco Basaglia (con sottotitolo: lo slam dei fuochi) ed è stata mandata in onda, in diretta, da Radio Fragola. Nel 2007 non si è svolta, al suo posto Gli Ammutinati hanno organizzato in collaborazione con il Comune di Monfalcone la prima finale italiana di Poetry Slam vinta da Alexandra Petrova. Nel 2008 e 2009 lo slam è stato ospitato dal Club Tetris. Nel 2010 lo stabilimento Ausonia ha accolto la manifestazione. Nel 2012 lo slam è tornato al Caffè San Marco.

Per collaborazioni e contributi: triesteslam [et] gmail.com

L’obiettivo del gruppo che si trova su facebook è sviluppare a Trieste e da Trieste un circuito nazionale e internazionale di slam e nuovi formati per comunicare la letteratura.

Lo slam di Trieste si contraddistingue per l’apertura, grazie alle selezioni a cui tutti possono partecipare.  Per il Drama Slam c’è un bando preciso da seguire (a questo link quello della prima edizione; per informazioni sul Drama Slam scrivere a sinicco [et] gmail.com).

Vincitori del Trieste International Poetry Slam:
2005 Maria Valente
2006 Matteo Danieli
2008 Christian Sinicco
2009 Maurizio Benedetti
2010 Viorel Boldis (Romania)
2011 Alfonso Maria Petrosino
2012 Giacomo Sandron
2013 Ana Reis (Portogallo)
2014 Laura Wihlborg (Svezia)

Vincitori del Trieste International Drama Slam:
2012 Corrado Premuda